A che punto siamo adesso, in quale momento? Arriva la mia voce fino a lì, col ritardo del satellite, e somiglia tanto agli strani giochi di mancato tempismo di cui la mia vita è già piena. Resto in piedi, non mi faccio buttare giù da onde e fusi orari, anche se facile non è. Stai sorridendo? Il mondo ha bisogno del tuo sorriso, non te lo scordare. Lo sai, la prima lettera che mi hai scritto, quasi un anno fa, inizia con “caro CarloS”, e credo che questa cosa mi farà sorridere anche fra vent’anni. In quale misura riesco a farti sentire che ci sono, che sono lì con te? Perché mi sembra sempre di non riuscire a fare abbastanza. I passeggeri cinesi sono rumorosi, fumano nei corridoi e lasciano un casino, credo che farebbero perdere la pazienza anche a te. O forse no, sapresti come prenderli. Stai trovando un momento di pace, nel casino del lavoro, dove prendere un respiro e sognare? Quanto vorrei poterti restituire a quelle foto, di cui sei la metà mancante. A quella felicità di cui sei la ragione. Se ci è concesso sbagliare, lo sai, è solo per causa d’amore. Voglio solo essere per te ancora lo stesso, ancora di più. Viaggiare nel tempo non dovrebbe essere tanto più difficile di viaggiare nello spazio, e allora aspetto, perché è una cosa che ho imparato a fare bene. Arriva la mia voce fino a lì? Sorridi? Mi raccomando. :)
E’ che è proprio difficile ricostruire una successione cronologica, o quantunque logica dei fatti. Della Thailandia non abbiamo un ricordo chiaro, solo barlumi, un sacco di flash surreali diretti da Michel Gondry e David Lynch, in una joint venture. Per cui non aspettatevi un racconto lineare. A Phuket abbiamo praticamente girato “Una Notte Da Leoni 3”, mancava solo la gallina. Era il compleanno del nostro ballerino e production manager William, e la nave faceva overnight. Il tasso etilico della notte a Phuket mi ha permesso di entrare per tre volte in un ice bar: una cella frigorifera arredata a mo’ di igloo dove vengono serviti shots di vodka alla frutta in bicchierini di ghiaccio, da fracassare a terra dopo l’uso, urlando a sciacquabudella. La terza volta però l’ipotermia mi ha bussato sulla spalla dicendomi “…che famo, se lo famo un giro?”, e sono dovuto uscire di corsa. La terza volta nell’ice bar c’era anche un orso polare, ma ad oggi nessuno di noi ha ancora la lucidità per ricordare se si trattasse di un orso vero o di un tizio mascherato. Così come, onestamente, non ricordo il momento esatto in cui ho acquistato un braccialetto con su scritto, in fosforescente, “suck my nuts”. L’albergo dove abbiamo alloggiato a Phuket era bello ed economico, ma a notte inoltrata, quando siamo rientrati dai bagordi, la nostra ballerina Georgie ha avuto il piacere di ritrovarsi nel letto una prostituta che dormiva. Passato l’imbarazzo di doverla svegliare e cacciare a calci in culo, si è scoperto che era da poco stata con un cliente nella stanza a fianco, e aveva poi scavalcato il terrazzino per riposarsi un po’. Così, a discrezione. In Thailandia la condizione femminile sta molto a cuore, lo si capisce dal fatto che la donna viene sempre messa in una posizione sopraelevata rispetto all’uomo: banconi, piedistalli, gabbie sospese, botti da vino, etc.. E abbiamo anche scoperto che se si sceglie di assistere a un Ping Pong Show, non ci si deve aspettare di vedere racchette e palline. Oddio, le palline non è detto. Queste so’ matte. Capace. Altre cose sparse che mi vengono in mente di quella notte sono: una cantante thailandese che canta Someone Like You in mezzo ai tavoli, carrettini che sponsorizzano serate con dei pugili, bacarozzi che si aggirano indisturbati, litri di Singapore Sling e Mai Tai, gente che piange perché ha perso le scarpe, io che ballo su un cubo, un colorito alterco verbale stile Quartieri Spagnoli tra una nostra ballerina e un tassista che ci ha preso 200 bat per fare 100 metri di strada. E altro, che un po’ per celia e un po’ per non morire, non vi sto a raccontare. Più tranquilla è stata invece la nostra uscita pomeridiana/serale a Pattaya, qualche giorno dopo. Siamo andati in cinque, ragazzi e ragazze, in una grande spa per farci fare un massaggio thai da un’ora e mezza (tranquilli, un massaggio vero, non di quelli con la bocca): ci hanno fatti entrare in questo stanzone a metà tra un boudoir e il lazzaretto dei Promessi Sposi del Trio, e una volta stesi su questi lettini uno vicino all’altro le signore hanno cominciato a distruggerci. Sì, perché il massaggio thailandese prevede tutta una serie di pressioni fortissime, per cui ti rilassi e un attimo dopo ti svegli di soprassalto perché ti sta camminando una schiacciasassi sui polpacci. Da provare, assolutamente. Dopo aver raggiunto il Nirvana, siamo malauguratamente capitati su un taxi al quale abbiamo chiesto di portarci ad un centro commerciale lì vicino. Abbiamo girato per quasi un’ora per tutta Pattaya e zone limitrofe, con l’autista in preda all’ansia che chiedeva indicazioni in giro, con visibile disagio. Dopo aver fatto il solito shopping compulsivo di fregnacce (mai unire i due concetti “comitiva di inglesi” e “supermercati Tesco”, a meno che non si abbiano sei o sette ore di tempo libere), ci avviamo verso una piazzola arredata in stile Festa Dell’Unità dopo la chiusura, per prendere un taxi e tornare in nave. Mentre salivamo sulla vettura ci appare agli occhi una tenerissima scena bucolica: un cagnolone (pastore maremmano, credo) che corre spensierato dietro a due gatti, paciocconi e giocosi, in direzione nostra. Solo che non erano gatti. Erano topi. Grandi quasi quanto il cane. Io ho urlato come Sofia Loren nella Ciociara, e qualcun altro ha vomitato verde come Linda Blair. Questa, grosso modo, la Thailandia: divertentissima, ma a conti fatti niente che ti cambi la vita o condizioni in alcun modo le tue abitudini, ecco. Vi saluto, vado a farmi uno shot di vodka rannicchiato nel frigo.
Maldives, Aprile 2012.
#1 - Sputtanarsi dieci giorni di stipendio per un weekend in un resort a cinque stelle alle Maldive, mangiando, bevendo e stando a palle all’aria: FATTO.
…cioè, che poi ahò…. parlamose chiaro…
Dubai non è una città, è un’esperienza. E’ tanto, troppo e ti arriva tutto assieme, tra capo e collo, come l’esattore delle tasse. E tu giri seduto comodamente in taxi economicissimi (guidati da arabi logorroici che straordinariamente hanno tutti parenti in Inghilterra), ubriaco di musica e di sfarzo architettonico. Le strade sono piene di grattacieli e complessi post-moderni da togliere il fiato. Il Dubai Mall è uno dei centri commerciali più spettacolari del mondo: oltre 1200 negozi, matematicamente potresti stare lì dentro per tre giorni senza ancora averlo visitato tutto. All’interno c’è anche un immenso zoo sottomarino, così, totalmente a buffo. Uscendo dal Dubai Mall si incontra la mastodontica Burj Khalifa, che con i suoi 124 piani è la torre più alta del mondo. Il tutto si affaccia su un bacino d’acqua che ospita la Dubai Fountain, che dalle sei del pomeriggio, ogni venti minuti, regala uno spettacolo differente di acqua (sparata fino a 150 metri d’altezza), luci e musica. E la cosa bella è che ci si può tranquillamente sedere a cena in uno dei ristoranti all’aperto che danno su questo straordinario “paesaggio”, spendendo una cifra davvero irrisoria, e la sensazione che si prova è quella di essere miliardari. Lo so, è un discorso un po’ venale, ma concedetemelo. Un altro posto da magnaccia che merita di essere visto è l’hotel a 7 stelle Atlantis, di cui abbiamo visitato “solo” l’immensa galleria di negozi e ristoranti al piano terra (nonché l’ingresso dell’annesso waterpark). Ah, io sono anche andato al bagno lì. Non nel waterpark, nelle toilettes del piano terra. E con un’ansia terribile, perché di fatto è come pisciare nell’oro. L’odierna Dubai è un prodotto dei soldi. Tanti e tanti e tanti soldi. Te ne accorgi quando vai a fare un giro nella parte più tradizionale della città, per esempio nel Gold Suk, il grande mercato dedicato a oro e gioielli. Dal momento in cui entri nel vicolo vieni preso d’assalto dai vari negozianti che vogliono trascinarti dentro per venderti qualcosa, sballottandoti a destra e a manca. Tipo al mercato di via Sannio a Roma. Solo che qui ti parlano arabo. Ogni tanto pure lì, in effetti. Tra gli altri luoghi spettacolari che abbiamo visto c’è il famoso Buddha Bar, che veramente non si può raccontare. Io ci sono stato ma non ho preso da bere perché avevo letteralmente finito i soldi cash; però ho assaggiato un mojito ai lichees, e per un attimo ho intravisto la Beata Vergine Maria. Che mi ha fatto l’occhietto. Viaggiando per le strade della moderna Dubai rimane davvero difficile pensare che appena una decina d’anni fa tutto questo ancora non esisteva. Il tassista che ci stava riportando alla nave all’una di notte ci ha mostrato un intero skyline costruito in appena due anni. Io gli ho detto “a Roma sono quindici anni che scavano per costruire la metro C”. Mi ha riso in faccia per cinque minuti, strozzandosi. E come fai a biasimarlo?
Dubai, Aprile 2012.
Sono stati venti giorni frenetici e faticosi, intensissimi. Ieri sera abbiamo fatto un nodo ciascuno alla collana di Wendy, che oggi è partita. “Tie a knot, and make a wish”. Quando ti chiedono di esprimere un desiderio, a bruciapelo, davanti alle candeline o a una stella che cade, raramente riesci ad avere la lucidità per farlo. Fino ad oggi, quando mi era successo, avevo sempre pensato a qualcosa che non avevo e che volevo tanto. Ieri sera al “make a wish” ho pensato a tante cose, facce, momenti, situazioni, ed erano tutte cose che già ho. Che ho vissuto, che ho costruito, che mi sono accadute. Ho desiderato che restassero, che si ripetessero. Ho fatto il nodo lentamente, e l’ho stretto forte.
Il secondo film di Richard Kelly (regista di “Donnie Darko”), uscito nel 2006, è stato un pesante flop ai botteghini. Fu fischiato già alla prima proiezione per gli addetti ai lavori, per l’eccessiva durata e la trama così intricata da risultare incomprensibile. Ora, io l’ho presa come una sfida personale. Voglio riuscire a vedere “Southland Tales – Così finisce il mondo”, tutto, fino alla fine. Perché ho amato “Donnie Darko” e mi sembra di fargli una bastardata, altrimenti. E per farlo (siccome non ho due ore e venti libere, ultimamente, e anche se le avessi la mia capacità di comprensione è comunque di poco inferiore a quella di certi pennuti da cortile) ho deciso di vederlo a pezzi, come fosse una serie televisiva. Me lo vedo un tanto ar chilo, ecco. Ieri sera, armato di buone intenzioni, ho visto i primi venticinque minuti. Il responso è: ho avuto la sensazione di assistere a venticinque minuti di ininterrotta supercàzzola. Come fosse antani. Ma continuerò eh, lo prometto.
Sì, sono mancato per un po’ da queste parti. Nuova avventura, un’altra casa galleggiante, stesso stato d’animo elettrizzato dell’anno scorso. Identico ma a suo modo differente, più consapevole. C’è un momento preciso, in cui si finisce di giocare a fare gli adulti e lo si diventa. Restando comunque giovani, quello sempre, e guai se non fosse così! Quasi un mese di prove, stavolta per l’allestimento di quattro, dico quattro, spettacoli. Nuovi compagni di viaggio e nuovi ritmi di lavoro, molto più serrati. Stati d’animo altalenanti per tutto il periodo delle prove, pensieri e piccole nuvole spazzate via da telefonate rassicuranti, abbracci confortanti, dal vero e anche da lontano. Il tempo si reinventa, si perde facilmente la cognizione del suo scorrere, si smarrisce la bussola. E questo ogni tanto mi fa persino bene. Imbarcati da dieci giorni, ieri sera il nostro primo spettacolo ha debuttato! E’ sempre come la prima volta, sempre. E io senza questa elettricità non sarei niente. Senza giocare a fare arte, su un palco o in qualunque altro posto, non esisterei. Mi esibisco con un fantastico cast. Abbiamo addosso una stanchezza notevole, dovuta a questo mese intenso, ma quanto è bello vedere i visi delle persone con cui condivido tutto questo. Non c’è stata ancora la possibilità di scendere in nessun porto, e finora ci perdiamo molto di questa bellissima traversata Savona/Singapore, ma fa parte del nostro lavoro. Io ogni tanto scatto qualche foto filtrata dagli oblò e dai finestroni del teatro. Io ogni tanto faccio confusione con i costrutti della lingua inglese. Io ogni tanto mi perdo nella mia testa e faccio considerazioni, bilanci. Più di tutto penso a te che renderesti perfetto questo momento della mia vita, se non ci fosse di mezzo un oceano e un continente. Ma poi capisco che è già bellissimo così, da otto mesi a questa parte. E’ già bellissimo. Io sono felice, ecco, l’ho detto.
Ripenso a marzo dell’anno scorso, e immagine dopo immagine arrivo ad oggi. Cazzo, che anno meraviglioso ho vissuto…
Immagina uno di quei biglietti di buon viaggio d’altri tempi, con navi color seppia, uomini con cilindro e bastone e donne dalle gonne ampie.
Abbi cura di te, fino al giorno in cui potrò essere io a prendermi cura di te. Fallo come lo farei io, totalmente, incondizionatamente.
Questa è per te, che oggi, a un certo punto, partirai.
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[………]
Fonte: nevver
The Cranberries - Tomorrow (by TheCranberriesVEVO)
Et voilà. La mia adolescenza è ufficialmente tornata, con tutte le sue camicie a quadri e le mattine nuvolose al Cartesio.
Fonte: youtube.com
Bremen, Germany. Febbraio 2012.
Cristallizzare gli istanti. I fiumi gelano, ma noi non avremo quella stessa immobilità. Sarà differente. Non il freddo del ghiaccio, ma solo il silenzio di ciò che non cambia. Che si mantiene intatto e conservato, bello e fuori dal tempo. Fino ai nostri ritorni. Siamo fatti di stagioni che durano minuti.
Io, infinito.
È ufficiale: la città di Bremerhaven è piena di tassiste anni ’80. In generale, l’esperienza stessa di prendere un taxi qui ti proietta dentro uno di quei telefilm polizieschi tedeschi che fanno su RaiDue nelle fasce orarie brutte. Inoltre gli autisti sono quasi tutte donne, con un look alla Bangles o alla Katrina & The Waves (mentre gli uomini sono tutti ex giocatori della Roma dell’87. Più un sosia di Zeman). In particolare, una di queste tassiste mi ha scarrozzato per ben tre volte in cinque giorni. Surreale dal primo all’ultimo minuto. Capelli lunghi biondi ossigenatissimi con la ricrescita, frangione spettinato con la lacca, rossetto lilla. La mamma di una Bananarama. Salire sul suo taxi è stato tornare nel 1981: sedili in pelle marrone scuro e interni di radica, calamite argentate attaccate al cruscotto, Arbre Magique maschilissimo al pino silvestre. Ma l’apoteosi la si è raggiunta quando, appena ripartiti dal centro commerciale, dalla sua autoradio è uscita questa canzone. Mi sono strofinato gli occhi per controllare se stavo sognando.